Classificazione dei rifiuti

Commento alla Sentenza della Corte di Giustizia Europea 28 Marzo 2019 sulla classificazione dei rifiuti.

La Corte di Giustizia Europea stabilisce il limite dell’applicazione del principio di precauzione nelle attività del produttore per classificare i rifiuti con codici a specchio.

 

Prima di verificare le novità introdotte dalla sentenza in commento appare utile ripercorrere l’approccio, o forse è meglio dire l’atteggiamento filosofico, seguito dal nostro legislatore e di conseguenza dalla nostra Giurisprudenza sull’annoso tema della classificazione dei rifiuti con codice a specchio pericoloso e non pericoloso.

Il 10 dicembre del 2010, in attuazione della direttiva comunitaria n° 2008/98/CE, era stato pubblicato sulla gazzetta ufficiale il D.lgs. 205/2010 (correttivo al d.lgs. 152/2006 – Testo Unico ambiente).

Tra le numerose novità introdotte da tale disposto legislativo, rivestivano particolare importanza le novità introdotte sulle modalità di definizione delle caratteristiche di pericolo dei rifiuti.

La nuova norma chiedeva ai produttori di verificare tutte le caratteristiche di pericolo prese in considerazione dal D.lgs. 152/2006 (c.d. TUA) da H1 a H14.

In precedenza, come è noto, il TUA in materia di rifiuti, all’allegato D della parte IV, parlava esclusivamente delle classi di pericolosità da H3 a H8, H10 e H11.

Sempre all’allegato IV, chiariva che non bisognava valutare la pericolosità H1, H2, H9, H12, H13 e H14 per mancanza di riferimenti normativi sia nazionali che comunitari.

La nuova norma metteva in difficoltà i produttori soprattutto rispetto alle caratteristiche di pericolo H14 (ecotossicità) H4 (irritante) e H8 (corrosivo).

Solo un piccolo inciso, ma a parere di chi scrive di fondamentale importanza, classificare un rifiuto come pericoloso, da un punto di vista fattuale, vuol dire farlo uscire dal sistema di recupero e di riciclo con buona pace di tutti i principi di circular economy tanto sbandierati in Convegni apparentemente frequentati da amanti dell’ambiente salubre.

Il legislatore resosi conto di questa situazione adottava il Decreto Legge 25 Gennaio 2012 n.2 convertito con la legge n°28 del 24 marzo 2012. Con l’articolo 6.  Tale legge sostituiva il punto 5 dell’allegato D della parte IV del decreto legislativo 152/2006 con la seguente prescrizione:

Se un rifiuto è identificato come pericoloso mediante riferimento specifico o generico a sostanze pericolose, esso è classificato pericoloso solo se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni tali da conferire al rifiuto una o più proprietà di cui all’allegato I. Per le caratteristiche da H3 a H8, H10 e H11 si applica quanto previsto…………. Per le caratteristiche H1, H2, H9, H12, H13, H14 la decisione 2000/532/CE non prevede al momento alcuna specifica. Nelle more dell’adozione, da parte del Ministero dell’Ambiente di un decreto che stabilisca la procedura tecnica per l’attribuzione dell’H14, sentito l’ISPRA, tale caratteristica deve essere attribuita ai rifiuti secondo le modalità dell’accordo ADR per la Classe 9- M6-M7.

La legge n. 28/2012 rispetto almeno alla caratteristica di pericolo H14 aveva semplificato la vita dei produttori dei rifiuti, escludendo in molti casi l’applicazione della pericolosità per l’ambiente grazie alla maggiore tollerabilità dei limiti di soglia previsti dall’ADR.

Successivamente è intervenuta la legge 116/2014, che ha convertito il DL 91/2014. La nuova norma ha annullato la semplificazione introdotta dalle legge 28/2012 in materia di classificazione dei rifiuti. La legge infatti introduce, a parere di chi scrive in modo improprio, il principio di precauzione e ribadisce, per tutti i rifiuti con codice specchio, la necessità di valutare il contributo di tutti i possibili composti di un rifiuto al fine di escludere in maniera univoca la sua pericolosità. Tale legge ha creato panico in tutti gli operatori del settore, costringendoli di fatto a classificare i rifiuti come pericolosi per mancanza di esaustività delle analisi. La difficoltà per i produttori di rifiuti di escludere la presenza di tutte le caratteristiche di pericolo richiamate, in combinato disposto con l’applicazione del principio di precauzione, ha fino ad ora consigliato agli operatorio del settore, viste anche le pesanti sanzioni penali collegate ad un erronea classificazione, di classificare i rifiuti come pericolosi.

Come già anticipato la Corte di Giustizia Europea chiamata a decidere, su un caso specifico riguardante il nostro ordinamento, ha colto l’occasione per stabilire il punto di equilibrio tra il principio di pertinenza e il principio di precauzione sul tema della classificazione dei rifiuti con codice a specchio.

La sentenza parte dal presupposto che il rifiuto deve essere classificato come pericoloso se presenta una o più delle caratteristiche di pericolo di cui all’allegato III della Direttiva 2008/98 oppure allegato I alla parte quarta del TUA se facciamo riferimento alla nostra normativa.

Il produttore del rifiuto deve procedere alla classificazione attraverso una serie di attività:

  1. a) individuare i composti presenti nel rifiuto attraverso: la scheda informativa del produttore; la conoscenza del processo chimico; il campionamento e l’analisi del rifiuto;
  2. b) determinare i pericoli connessi a tali composti attraverso: la normativa Ue sulla etichettatura delle sostanze e dei preparati pericolosi; le fonti informative europee e internazionali; la scheda di sicurezza dei prodotti da cui deriva il rifiuto;
  3. c) stabilire se le concentrazioni dei composti contenuti comportino che il rifiuto presenti delle caratteristiche di pericolo mediante: comparazione delle concentrazioni rilevate all’analisi chimica con il limite soglia per le fasi di rischio specifiche dei componenti, ovvero effettuazione dei test per verificare se il rifiuto ha determinate proprietà di pericolo.

La Sentenza, in vari momenti del suo percorso logico giuridico, parla di sostanze ragionevolmente presenti nel rifiuto e quindi di sostanze pertinenti.

Inoltre sulla base dell’articolo 4 para 2 della Direttiva 2008/98, sottolinea come gli Stati membri debbano tener conto della fattibilità economica e tecnica degli adempimenti richiesti ai gestori dei rifiuti e quindi non sono legittimati a chiedergli di ricercare tutte le sostanze collegate alle classi di pericolo elencate negli allegati. I produttori hanno l’obbligo solo di ricercare le sostanze che ragionevolmente possono essere presenti nello specifico rifiuto oggetto di analisi,” Il detentore di detti rifiuti potrebbe così limitare le proprie analisi alle sostanze che, con un livello di probabilità elevato, possono essere contenute nei prodotti alla base del processo di produzione del rifiuto in esame”

Per quanto riguarda l’applicazione del  principio di precauzione al caso della classificazione dei rifiuti la sentenza è chiara “Ne consegue che il legislatore dell’Unione, nel settore specifico della gestione dei rifiuti, ha inteso operare un bilanciamento tra, da un lato, il principio di precauzione e, dall’altro, la fattibilità tecnica e la praticabilità economica, in modo che i detentori di rifiuti non siano obbligati a verificare l’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa nel rifiuto in esame, ma possano limitarsi a ricercare le sostanze che possono essere ragionevolmente presenti in tale rifiuto e valutare le sue caratteristiche di pericolo sulla base di calcoli o mediante prove in relazione a tali sostanze.”

Spesso in Italia, non solo nel settore ambientale, ci lamentiamo dell’eccessiva regolamentazione messa in atto dall’ordinamento Comunitario, in certi casi questo rilievo può rispondere anche a realtà, ma in molte circostanze è il nostro legislatore e spesso anche i nostri giudici nazionali che interpretano senza contestualizzarle le normative comunitarie.

Nel caso di specie assume grande importanza interpretare in modo corretto il principio di precauzione.  A tal fine, una svolta di fondamentale importanza è stata rappresentata dall’adozione nel 2000, da parte della Commissione delle Comunità europee, della “Comunicazione della Commissione sul principio di precauzione”, in cui si precisa che “Il fatto di invocare o no il principio di precauzione è una decisione esercitata in condizioni in cui le informazioni scientifiche sono insufficienti, non conclusive o incerte e vi sono indicazioni che i possibili effetti sull’ambiente e sulla salute degli esseri umani, degli animali e delle piante possono essere potenzialmente pericolosi e incompatibili con il livello di protezione prescelto”.

La Commissione ha poi cura di precisare che l’applicazione del principio di precauzione deve inserirsi nel quadro generale dell’analisi e della gestione del rischio connesso all’esercizio di una determinata attività. Ciò che, nei fatti, richiede di definire il livello di pericolo “accettabile” per la società, sulla base (i) dell’identificazione degli effetti potenzialmente negativi, (ii) della valutazione dei dati scientifici disponibili e (iii) dell’ampiezza dell’incertezza scientifica, ovverosia facendo riferimento a rigorosi criteri ed analisi, e non invece a semplici ipotesi o scelte politiche.

Detto ciò al produttore di rifiuti che, come ampiamente esposto in precedenza, può avere tutta una serie di informazioni che gli consentono di individuare le sostanze che ragionevolmente possono essere presenti nel rifiuto, è corretto ed equilibrato chiedergli di ricercare, attraverso l’attività analitica, esclusivamente ciò che è coerente con le sostanze presenti. Il sistema può accettare il rischio che per un caso eccezionale e assolutamente imprevedibile, in un rifiuto sia presente una sostanza pericolosa in teoria assolutamente estranea al rifiuto analizzato. Viceversa, il sistema di gestione dei rifiuti non può accettare il rischio, di seguire un approccio irragionevolmente cautelativo, che imponga agli operatori del settori oneri analitici così importanti, che alla fine li costringerebbero ad optare per una classificazione tout court del rifiuto come pericoloso, con grosso danno di tutta la filiera, tesa come è noto, a implementare attività di valorizzazione e recupero del rifiuto.

 

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